19.2.09

NOI

Questa stagione rischia di passare alla storia come quella della Svolta. Se il City diventerà davvero una delle potenze del calcio europeo nel giro di qualche anno tutti ricorderemo gli eventi del famoso “September 1” e faremo a gara per raccontarci le emozioni suscitate dall’arrivo degli Amici Arabi. Nonostante il tentativo di quell’autentico pagliaccio di Michel Platini di porre un freno alla possibile scalata di Mansour e della sua Blue Army, credo che da sempre nel calcio la ricchezza sia stato un fattore importantissimo, magari non condizionante come oggi ma certo decisivo. E’ sempre stato arduo vedere club di basso livello acchiappare trofei a tutto spiano. Riconosco che in Inghilterra sia successo più volte ma dobbiamo tornare indietro negli anni 70; anche la famosa magia della F.A Cup nelle ultime stagioni, se si eccettua la finale vinta dal Portsmouth contro il Cardiff l’anno scorso, si è un po’ persa e direi che l’ultima vera sorpresa sia stata la vittoria del Wimbledon contro il Liverpool nel 1988. Cosa vuole Platini allora? Porre un tetto di spesa per il mercato, porre un tetto salariale del quale si parla da decenni ma che non è mai stato applicato, estromettere dalle Coppe Europee i club con i debiti. Grottesco che queste distinte idee gli siano venute dopo la nostra trattativa per portare Kakà nell’est di Manchester! Negli ultimi 10-15 anni i club potenti (…sì, anche il Bayern di quell’arteriosclerotico invidioso di Hoeness) si sono spartiti i migliori giocatori del mondo pagandoli a peso d’oro, concedendo loro degli stipendi ridicoli per quanto alti, hanno accumulato debiti in stile “General Motors”, hanno conquistato trofei ingiustamente perché basati su finanze che non appartenevano davvero ai club e questo buffone comincia a parlare ora perché c’è un club operaio (nel senso che non appartiene al Gotha) che vuole partecipare alla festa! Anzi, non partecipare, ma vincere il Primo Premio del Concorso! Se davvero l’odioso galletto francese vuole dare una svolta al calcio europeo vietando la partecipazione e l’accesso agli sponsor ai club con i debiti, lo faccia davvero e non rompa le palle a noi che abbiamo i conti a posto! Cominci a relegare gli squadroni a fare la Coppa del Nonno finché hanno debiti e non si preoccupi del City! Il problema – suo - è che se Platini desse davvero seguito alle sue parole, la prossima Champions non solo la giocheremmo ma probabilmente la vinceremmo pure, anche con MH in panchina! Mentre prendo atto della futura situazione, mi fermo però a pensare al City ‘old style’. Maine Road, il gol di Andy Morrison contro il Colchester United nel 1997/98, Wembley 1999, il pennellone Niall Quinn che nel 1995 guida il nostro attacco, la sconfitta a Birmingham contro l’altro City nel 1996/97 per 1-2 dopo essere passati in vantaggio al minuto 89 con Shelia, il gol di Radomir Antic del Luton Town che al minuto 90 ci manda giù nel 1983, le stradine della Moss Side, Ali Benarbia, l’odore di cipolla dei banchetti in zona Kippax (che ad Eastlands non si sentono più), eccetera, eccetera, eccetera. Comincio ad essere vecchio forse ma non ce la faccio proprio a non emozionarmi. In fin dei conti chi sceglie di essere del City compie una scelta ben precisa e consapevole. Sa da che parte si è messo. Sa contro che parte si è messo. Libero arbitrio, si chiama. Sorrido al pensiero di chi ci prende in giro rinfacciandoci che non vinciamo nulla da una vita: questa gente non capisce che noi abbiamo scelto di stare dalla parte dispari del pianeta! E’stata una nostra scelta stare di qua come è stata una loro scelta stare con i più forti. Non è un merito, non è insito nel DNA tifare United, è una scelta (comoda). Potevamo benissimo farlo anche noi, ma non l’abbiamo fatto. Volontariamente. Con un paradosso: io non mi sento minimamente inferiore nonostante la differenza tra le due bacheche, anzi. Io ho un complesso di superiorità grande come una casa perché so il valore della nostra scelta. So che prima o poi saremo ricompensati. So che prima o poi la ruota girerà. E magari per cinque o dieci anni assaporeremo il gusto del Trionfo. Ma in quel momento spererò fortemente di tornare alla nostra reale dimensione: stare sulla giostra, gioire (un po’), soffrire (molto), rappresentare la città di Manchester con il nostro orgoglio da Blue Army. E magari un giorno abbattere il City of Manchester Stadium e ricostruire il Maine Road. E magari avere ancora un manager che all’ultimo minuto dell’ultima partita della stagione urla ai suoi giocatori di fare melina perché basta un pareggio per salvarsi quando invece ci serve una vittoria. E magari un giorno tornare ad essere di proprietà non di un Principe Arabo ma di un imprenditore tessile mancuniano. Della serie: l’uomo comune che vince al Casinò, si gode la bella vita per un po’ e poi torna in sé. Che bello! PS. Guardo con orgoglio la foto del mio telefono cellulare e vedo la mia figlia grande sorridere con la felpa del City addosso datata 2005, con un bel 29 sul petto. Come sapete a Manchester stampano abbigliamento griffato City con il numero degli anni senza vittorie (ora possiamo aggiornare a 33…) del club. Mi dico: quando mia figlia gira per la città con la felpa del City, mostrando fiera l’identità del papà, devo essere felice o devo rammaricarmi per ciò che soffrirà e aspettare la denuncia per abuso di minore?

Nessun commento: