4.8.11

Paul Lake ed il sogno spezzato


Chiedete a qualsiasi tifoso del City fortunato abbastanza da averlo visto giocare e vi dirà che Paul Lake aveva il potenziale per essere un crack a livello mondiale. Non nel senso di una delle mille stelle presunte brutalmente cadute dopo il primo impatto con il professionismo ma un talento genuino, puro, a cui fu affidata la fascia di capitano dei suoi amati blues a soli 21 anni e che venne definito da Bobby Robson “il futuro Capitano dell’Inghilterra”.
Potente, elegante, atletico e versatile, Lake poteva essere impiegato in qualsiasi posizione del campo, dalla difesa all’attacco. Non era però un semplice “giocatore duttile”; era talmente bravo che ovunque tu lo piazzassi in campo, sarebbe stato così importante da elevare il livello della squadra. Più un Duncan Edwards che un John O’Shea, per intenderci.
Lui aveva poco più che vent’anni quando Sky cambiò il calcio per sempre, rendendo fenomeni giocatori mediocri. Paul apparteneva alla sfera dei Paul Gascoigne, degli Alan Shearer e dei David Beckham quando ancora Becks era un calciatore e non un protagonista del teatro dei burattini.
Invece Lakey è finito a traslocare perché non poteva pagare la rata del mutuo di £1,000 per la sua umile casa a Heaton Mersey. Questa potenziale leggenda del City e della nazionale inglese ha subito la mortificazione di tornare a vivere con i genitori, pregando i dirigenti del club di pagargli una costosissima operazione “salva-carriera” negli States.



La storia di Paul Lake, mirabilmente raccontata nella sua autobiografia “I’m Not Really Here”, riporta l’impressionante serie di incidenti che privarono il City di una delle sue stelle più luccicanti. Tre infortuni ai legamenti crociati compromisero la sua carriera, lasciandolo con il rischio di restare zoppo, non solo di far concludere una carriera mai realmente iniziata, date le sue potenzialità.

La parte più triste della storia però è quella che ci riporta il senso di isolamento, depressione e terrore di un giovane ragazzo, estremamente talentuoso quanto sfortunato. Pensava di poter salvare la sua carriera dopo il ciclo di riabilitazione seguito al suo primo infortunio, nel settembre 1990; invece dovette sopportare ben sei anni di ricadute e false rinascite prima di ricevere il consiglio di smettere di lottare prima di finire in sedia a rotelle. Il manager dell’Inghilterra di allora, Graham Taylor, era allo stadio quando Lake si ruppe per la prima volta, tentando di intercettare un passaggio verso Tony Cascarino (lo ricordate?) in un match contro l’Aston Villa.

Lake ricorda:“Il mio ginocchio fece uno strano movimento ed io sentii un bruciante dolore. “Stavo riversato sul campo in posizione fetale, scioccato dal dolore, totalmente inconsapevole che la mia vita sarebbe cambiata per sempre”.

Dopo i raggi, a Lake venne detto che sarebbe rimasto fuori dal campo per sei settimane e gli venne prescritta una semplice terapia di riabilitazione. Solo dopo essersi rotto in allenamento per la seconda volta che si sottopose ad un’operazione che rivelò la rottura del legamento crociato anteriore. L’operazione fu una delle prime nel suo genere e Paul passò molto dell’anno successivo in un percorso di riabilitazione alla Scuola di Eccellenza della Football Association a Lilleshall. Rientrò nella stagione 1992-93 ma ammise che non sarebbe mai dovuto tornare in campo quando si ruppe i legamenti per la terza volta contro il Middlesbrough. Su consiglio di due giocatori, Ian Durrant and John Salako, decise di recarsi a Los Angeles dallo specialista Dr Domenick Sisto per salvare la propria carriera ma non ebbe il consenso dei dirigenti del City e del Presidente Peter Swales.

Paul racconta: “Restio a pagare il conto e deciso a non ammettere alcuna responsabilità per la mia difficile situazione, Swales mi diede il permesso di fare l’operazione in America solo dopo che Peter Reid (il manager di allora) lo convinse che avevo colto tutte le occasioni possibili in Inghilterra e che un’operazione negli USA era la mia ultima speranza. Credo che Swales sentisse la pressione di certi organi di stampa così come dei tifosi che cominciavano a chiedere perché io non avessi ricevuto lo stesso trattamento medico di Salako e Durrant. Swales considerava il mio infortunio irritante ed imbarazzante. Diede la chiara impressione che io fossi rotto e che la necessità dell’operazione fosse in qualche modo una mia colpa. Non mi dimostrò mai solidarietà per ciò che stavo passando, non prese mai in mano il telefono per chiedermi del mio stato di salute. Allora cominciai a disprezzarlo”

Il Dr. Sisto rimase scioccato dallo stato del ginocchio di Lake. “Non si spiegò come mai fossi andato così in ritardo da lui che era il massimo luminare allora. Mi disse “Se ti avessi visto prima saresti in campo a quest’ora”".

Il rapporto di Lake con il City peggiorò ulteriormente quando i dirigenti rifiutarono di pagare la trasferta e la permanenza della fidanzata negli Stati Uniti…ci volle una colletta dei suoi compagni di squadra per permettere alla sua donna di raggiungerlo e stargli vicino. Il punto più basso della storia fu quando sei giorni dopo l’operazione, Swales non trovò di meglio che pagare a Lake un viaggio di ritorno in Inghilterra in “economy class”.

Ecco Lakey: “Ero certo che qualcuno dello staff dell’aeroporto si fosse sbagliato e spiegai che avevo appena avuto un’operazione molto delicata al ginocchio e che i miei dirigenti avevano certamente fatto tutto il necessario per assicurarmi un viaggio di ritorno comodo In un posto spazioso all’interno della cabina. Mi sbagliavo e rimasi scioccato dall’idea che il mio club aveva della mia necessità di riabilitazione. Non era necessario uno scienziato spaziale per capire l’esigenza di un ragazzo con il mio fisico, in stampelle, in recupero da un’operazione del genere. Ciò mi fece capire le condizioni in cui ero e mi chiesi il motivo per cui ero costretto in uno stato di tale tortura fisica e mentale. Chiedetti una sedia a rotelle appena sceso all’aeroporto di Manchester. Il viaggio di otto ore si fece sentire e facevo fatica a camminare”.

A Lake fu detto che il calvario del volo aveva contribuito alla depressione di cui soffriva. Ma le incomprensioni con il club per cui tifava da quando era bambino erano destinate a proseguire. Nonostante un contratto a lunga scadenza firmato poco prima del suo primo infortunio, molto del suo stipendio dipendeva dalla qualità delle sue prestazioni e dei risultati ottenuti.

“Senza presenze in campo, i soldi o i bonus si dimezzarono praticamente ed il mio conto in banca andò in rosso e cominciai ovviamente a far fatica a pagare il mutuo della mia casa. Non avevo alternative se non quella di affittarla per coprire le spese mensili ed usare la casa dei miei genitori nei giorni degli allenamenti a Manchester. Mi sottoposi alla terapia di riabilitazione praticamente da solo in diverse palestre della città”.

Alla fine si arrese…gli venne detto che avrebbe davvero rischiato di rimanere sulla carrozzella per tutta la vita se non avesse smesso di provare a giocare. Il sogno di diventare il giocatore con più presenze nella storia del City, sorpassando Alan Oakes e le sue 676 presenze andò in frantumi così come quello di essere il giocatore blue con più presenze in nazionale. Ha lavorato come fisioterapista fino all’anno scorso ed ora è ambasciatore dell’associazione City in the Community. Ma i suoi problemi al ginocchio non sono ancora terminati.



“Sono perseguitato dall’osteoartrite e con i muscoli che piano piano si stanno riducendo, ho un dolore quasi insopportabile. Sono vent’anni che convivo col dolore e tutto ciò è diventato parte della mia esistenza. E nemmeno la mia gamba sinistra è in grande forma, tra l’altro. Dopo anni a cercare di compensare la debolezza della mia gamba destra, da qualche tempo ha cominciato a sentire molto male ed all’inizio di quest’anno mi sono dovuto sottoporre ad un altro intervento per rinforzarla. Probabilmente dovranno sostituirmi le ginocchia in un futuro molto prossimo. Sto cercando di rimandare l’operazione più che posso visto che le protesi delle ginocchia hanno una durata di circa 10/15 anni con un massimo di due protesi durante una vita. Non è bello pensarmi a settant’anni in una sedia a rotelle”.

Lake dice che non sa se sarà ricordato come uno dei capitani più giovani della storia del City, il leader della meravigliosa vittoria per 5-1 nel derby del 1989 o per il suo ginocchio distrutto. La verità è che meritava di essere ricordato per molto, molto di più.

“I’m not really here - A Life of Two Halves”, la biografia di Paul Lake sarà pubblicata da Century in Inghilterra e sarà in vendita da oggi, 4 agosto 2011.

3 commenti:

Blue ha detto...

Un articolo bellissimo. Commovente!
E' bello vivere il meraviglioso presente della nostra squadra, ma è giusto ricordare il nostro passato.
Mi sembra di capire dall'articolo che i rapporti tra Paul Lake e la società si siano ricuciti, Giusto? Se così fosse, sapete quando questo è avvenuto?

Dario ha detto...

I rapporti in realtá non si sono mai interrotti. Lake ha veramente il sangue blue e i problemi li ha avuti coi dirigenti di allora, in particolare col Presidente-Padrone Peter Swales...
Bravissima la dirigenza oggi a coinvolgerlo nella City in the Community.

Anonimo ha detto...

Articolo davvero di alto livello. Un racconto emozionante che fa venir voglia di leggere il libro. Grazie Dario