21.11.11

Parla Mancini


Riportiamo l'intervista a Mancini di Marco Ansaldo pubblicata oggi da "La Stampa".
                                 
   
Mancini, in Italia si dice che la Coppa toglie forze al campionato. Se la stessa cosa vale in Inghilterra, il Manchester City può rinunciare alla Champions per difendere il primato in Premier League?
«Non voglio concedere niente. Gli obiettivi erano di superare il girone in Europa e migliorare il terzo posto in campionato. E quelli restano».

Anche se siete diventati i favoriti per il titolo?
«Il vantaggio è piccolo per le abitudini del calcio inglese. L'anno scorso il Chelsea con Ancelotti stava 7 punti davanti al Manchester United e ha finito a 9 punti di distacco. Da noi si gioca sempre e in tempi ravvicinati: ad esempio andremo in campo a Capodanno e poi il 3 gennaio contro il Liverpool che avrà avuto due giorni in più di riposo. Con quel calendario ogni calo di condizione si paga più che in Italia».

La sensazione però è che cominciate a comportarvi da grande squadra che non sbraca nei momenti di difficoltà.
«Le vittorie aiutano a vincere. Un club disabituato a farlo e una squadra nuova partono con l'handicap finché con i successi non si costruiscono una mentalità. Siamo più convinti di un anno fa ma almeno agli inizi la storia pesa. Ricordo quando si affrontava con la Samp il Milan: sembrava di cominciare sotto di un gol».

Oggi con chi prova questa sensazione?
«In Europa con il Barcellona, il Real Madrid, il Manchester United, il Chelsea, il Bayern. Anche il Milan e l'Inter hanno una consapevolezza del loro valore che supera la nostra».

Il 6-1 rifilato a Ferguson nel derby dimostrerebbe il contrario.
«Quella è stata una partita: la giocammo benissimo e gli episodi girarono a nostro favore a cominciare dall'espulsione. Quando Ferguson mi invitò a bere vino nel suo ufficio alla fine ero felice ma non mi sentivo assolutamente più bravo di lui».

Era un po' imbarazzato, lei che è molto più giovane, ad aver dato una simile lezione al Mito?
«Quando si veleggia verso i 50 anni non ci si sente molto giovani. Comunque avrò sempre un grande rispetto per chi sta da 25 anni nello stesso club vincendo tutto»

Un anno fa pensava di tornare in Italia. E adesso?
«Gli inizi sono difficili quando prendi una squadra italiana, pensi a prendere da italiano una inglese. La gente ti loda e ti ama se fai i risultati e non perché sei alto, bello e simpatico».

Dunque la amano?
«Adesso sì. I tifosi hanno cominciato presto, con altri c'è voluto più tempo ma ora sento di essere amato. Dopo il 6-1 nel derby anche un po' di più».

E se a Napoli dovesse uscire dalla Champions League?
«Ci sarebbe un po' di delusione perché avremmo fallito l'obiettivo degli ottavi di finale. Ma siamo un club ancora nuovo per la Champions e siamo finiti nel girone più difficile».

Cosa teme di Napoli. Sul sito del suo Manchester sono uscite raccomandazioni preoccupate per i tifosi al seguito.
«Sono consigli di routine. Nessuno, tantomeno io, pensiamo che Napoli sia un posto più pericoloso di altri. Mi aspetto un clima caldo, questo sì. In casa e di sera loro sbagliano pochissimo».

Anche se al Napoli non riesce il salto di qualità quando conta?
«Da noi vennero con l'entusiasmo dell'esordio in Champions e giocarono bene. Non so se l'abbiano mantenuto, devo ancora vedere il filmato della partita con il Bayern. So invece che passare il turno dipende da noi».

Per mettervi al sicuro dovreste vincere.
«Io punto a fare gol. Anche un pareggio dal 2-2 in su ci darebbe un vantaggio nell'ultimo turno».

Mazzarri sostiene che per il Napoli qualificarsi al vostro posto sarebbe un miracolo. Esagera?
«Il Napoli è stato per molti anni fuori dal giro che conta. Come noi. La situazione è la stessa».

Il bilancio e gli acquisti sono ben diversi non crede?
«Perché il Napoli di cosa ha bisogno? Ha giocatori forti in tutti i reparti e fortissimi in attacco».

È vero che lei voleva Hamsik?
«Da noi si adatterebbe bene ma non c'è mai stata una trattativa diretta. Il problema è che ormai se c'è un giocatore fuori dal comune i giornali ce lo appioppano».

Uno però glielo tolgono: Tevez.
«Non so neanche dove sia. Gli sarebbe bastato chiedere scusa a me e ai compagni e l'avrei riaccolto, almeno fino a gennaio. Invece niente. La vera colpa però non è sua».

Lo consigliano male. Lei pensa che arriverà a Milano?
«Non so. Andrà a chi è disposto a pagarci il suo prezzo. Non si fanno regali: piuttosto sta fermo».

Balotelli ha detto che lei è bravo perché l'ha migliorato sul campo e non ha cercato di insegnargli a vivere. È vero?
«Io devo insegnargli il calcio e penso di poterlo fare bene. Lui è un grande centravanti, sebbene talvolta l'abbia tenuto all'esterno. All'educazione invece devono pensare i genitori. Qualche scapaccione metaforico gliel'ho dato anch'io ma non fatevi ingannare: Mario è molto più educato e perbene di quanto si pensi».

E gli atteggiamenti?
«È un ragazzo di oggi. Sono tutti uguali: pensano di sapere tutto della vita e che tu non gli serva a niente. Avere un figlio di quell'età mi ha aiutato a capirlo. Però se li riesci a prendere nella maniera giusta, dietro quella patina di menefreghismo scopri che hanno dei valori oltre a delle insicurezze».

Lei come lo ha preso Balotelli?
«Gli ho detto che la ricreazione era finita e che nel calcio si invecchia in un attimo perciò è venuto il momento di esplodere e confermarsi. Guardi Adriano: a 21 anni si diceva che fosse il più forte del mondo ed è sparito. Mario non deve sprecare il talento enorme. Non deve farlo per sé, non per me o Prandelli».


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